La pagaia è lo strumento con il quale si imprime movimento ad una piccola imbarcazione.
Uno strumento tanto efficiente quanto sterile se pensiamo ad una pagaia “europea” o “moderna” costruita in carbonio ed altri materiali compositi ultra-moderni ed in cui lo studio che c'è dietro le sue forme è stato fine e curato quanto lo è quello di un'automobile da corsa.
All'estremo opposto troviamo le groenlandesi in legno. Non sono state studiate da ingegneri al pc ne tanto meno sono fatte in laboratori che lavorano materiali degni di una ditta aerospaziale. La loro forma è stata sviluppata dagli inuit in secoli (o forse millenni) di utilizzo in mare; loro le costruivano con i tronchi ed i rami che il mare gli donava, legni che arrivavano da chissà dove e che venivano sapientemente intagliati e lavorati a mano con strumenti semplici. Ognuno ha le sue preferenze, sia sulla tipologia che sui materiali, ma nessuno è immune al fascino di un bell'oggetto in legno fatto a mano.
Se non siete inuit ma siete europei, e magari avete la fortuna di abitare vicino ad un bravo artigiano del legno appassionato di kayak, potete concedervi un gran lusso: avere come pagaia un bell'oggetto;
una vera e propria piccola opera d'arte come può esserlo solo il frutto del lavoro e della passione di un piccolo artigiano che ama il suo lavoro.
Domenica siamo stati in una valle del varesotto, a casa di Sergio. Lui produce le pagaie a marchio Avatak. Gloria aveva deciso di regalarmi una sua creazione e mi ha detto di scegliere quella che volevo.
Sergio si definisce falegname ma in realtà il suo lavoro è qualcosa di più:
Con le diverse essenze si diverte a giocare per ottenere risultati diversi in termini di flessibilità e robustezza. Le Avatak sono costruite con ben 11 inserti di legni diversi avendo cura di utilizzare legni leggeri e flessibili per le parti centrali e legni più duri e resistenti per quelle più soggette ad urti ed usura. Gli accostamenti cromatici tra le varie essenze sono quasi sempre azzeccati al punto da far invidia al lavoro di un'ebanista; c'è da meravigliarsi del fatto che molti le vogliano verniciate in nero.
Dopo aver maneggiato qualche pagaia ed averne viste e toccate altrettante in vari stadi di lavorazione mi sono innamorato di quella dalla forma più semplice (che lui chiama “Terranova”) che riposava su due cavalletti assieme ad altre sue simili dopo aver ricevuto l'ultima mano di protettivo trasparente. E' stato un piacere anche ascoltare le caratteristiche delle varie essenze utilizzate:
Abete rosso per l'anima che corre per tutta la lunghezza, Cedro rosso e DiFou per le pale , Teak per il manico. La mia Terranova è lunga 234cm e pesa 947g.
Per ora riposa infilata nel pozzetto del kayak...ma come il proprietario non vede l'ora di andare in acqua!
http://www.avatakpagaie.com
domenica 5 giugno 2016
lunedì 23 maggio 2016
prove tecniche di trekking nautico
Caricare tenda e viveri nei gavoni per partire all’esplorazione è la
quintessenza del kayak da mare.
Fantasticando di varie mete possibili per un futuro più o meno prossimo ci
siamo accorti che serviva un banco prova, qualcosa che fosse vicino e non
troppo impegnativo ma che ci facesse provare l’esperienza di un piccolo
trekking nautico. Mete ideali sono l’alto Lario ed il lago di Mezzola.
GIORNO 1:
distanza percorsa 25km – 13,5nm
Imbarco a Colico, da una spiaggia molto frequentata da appassionati di
kitesurf.
Costeggiamo in direzione nord dove troviamo la foce dell'Adda.
Ritornati nel lago proseguiamo verso La Punta (frazione di Sorico) dove
facciamo un incontro davvero curioso e simpatico: il lago ha inondato parte dei
prati di pertinenza di una fattoria. Sfiliamo a pochi centimetri da un vitello
che se ne sta beatamente a mangiare le foglie di una pianticella immerso
nell'acqua fino alla pancia.
Giungiamo al punto dove finisce il fiume Mera, lo risaliamo fino al bacino
del lago di Mezzola. Rimaniamo affascinati da quanto sia diverso rispetto a
come ce lo ricordavamo quest'inverno, le spiaggette sono sparite sott'acqua e
le tonalità di marrone sono diventate di un verde acceso.
Ritorniamo alla cascata dove riusciamo a trovare un fazzoletto di terra in piano
e senza sassi dove la tenda ci sta a
malapena; per le ore 19 circa è operativo anche il servizio cucina.
Il menù per la cena prevede penne al tonno e fagiolata (tutto cotto su
fornelletto a legna) e come proseguimento di serata un bel pezzo di Grana
Padano e l'immancabile fiaschetta col Whisky.
Ci fermiamo un po' a guardare la notte che arriva dopodiché ci mettiamo a
letto.
GIORNO 2:
distanza percorsa 14,5km – 7,5nm
Ci svegliamo senza fretta. Saranno state le 7 o giù di lì. Per prima cosa
si mette su la moka e ci si sciacqua la faccia direttamente nella cascata.
Facciamo colazione, smontiamo il campo con calma e rimettiamo tutto nei gavoni.
Vediamo sul lato opposto del lago Verceia avvolta in una nebbiolina fine che
tra poco sparirà. Una piccola barchetta a motore con tre pescatori è, in un silenzio assoluto, l’unico segno della presenza umana
sul lago da ieri sera.
Risaliamo sui kayak e torniamo a Sud, ripercorriamo il
tratto di Mera che unisce i due laghi e di li a breve siamo nuovamente nel
Lario. Improvvisamente passiamo da un paesaggio in cui la natura e la calma
regnano sovrani ad un ambiente ben diverso, ci teniamo sulla costa occidentale
dove le spiagge di Gera Lario e Domaso sono affollate di turisti soprattutto
tedeschi. Anche in acqua c’è un gran traffico: motoscafi di tutte le
dimensioni, moto d’acqua, tavole da windsurf, kitesurf, laser, barche a
vela e catamarani. Arrivati al punto più esposto decidiamo di
attraversare per tornare verso Colico. L’acqua, come spesso accade da queste
parti nel primo pomeriggio, diventa mossa per cui la traversata non è semplice.
Oltretutto dobbiamo passare attraverso un folto gruppo di windsurf, stare
attenti a dei motoscafi che sfrecciano a velocità folli ed evitare di passare
attraverso il percorso di una regata di catamarani.
Raggiungiamo la zona del promontorio che sta a nord
del laghetto di Piona. Anche questo tratto è molto bello e selvaggio. Proseguiamo
l’esplorazione solo per un breve tratto verso sud, abbandoniamo l’idea di
raggiungere il laghetto di Piona a causa del vento e dell’acqua agitata che
dilatano i tempi di percorrenza e rendono tutto più faticoso. Giriamo i kayak e riprendiamo la navigazione verso nord. Finita la scogliera impervia si raggiunge
subito il centro abitato con il lido, attraversiamo il porto con un gran traffico
da diporto, passiamo di fianco ad un aliscafo ormeggiato e raggiungiamo il
prato da cui la mattina precedente eravamo partiti.
Per le 14.30 siamo già in viaggio verso casa,
abbastanza presto da evitare il solito traffico congestionato che caratterizza
la SS36 la domenica.
lunedì 9 maggio 2016
La parte alta del ramo di Como
Ci si imbarca alle 8 nella frazione San Giovanni di Bellagio, proprio di fronte alla sede della locale
associazione canottieri. Decidiamo di esplorare prima la sponda opposta; così da trovare poi la
grotta sulla strada di ritorno, quando la luce arriva con la migliore angolazione per creare i tanto
agognati riflessi azzurri.
Facciamo quindi una traversata del ramo in diagonale puntando il lido di Lenno.
Da qui cominciamo il giro attorno a punta Balbianello; l'idea di fare tutto il giro del promontorio che
ospita la celebre villa è stata azzeccata. Un bello spettacolo di sassi a picco nel lago con le fronde
e le verdi chiome degli alberi che arrivano ad accarezzare l'acqua. Poi Villa del Balbianello,
ritenuta da molti la più bella tra le ville del lago che ospita le ville più belle del mondo.
Da qui all'Isola Comacina la strada è poca. Ci giriamo attorno in senso antiorario ed una volta
ritornati sul punto più a nord dell'isola decidiamo di sbarcare per riposarci un attimo prima di
affrontare nuovamente la traversata per tornare sulla sponda da cui siamo partiti.
Questa volta attraversiamo perpendicolari rispetto alla costa così da minimizzare la distanza dato
che il traffico di barche a motore comincia ad essere non indifferente. Il punto di mira è la chiesa
di Lezzeno. Costeggiamo il paese diretti a nord stando a qualche decina di metri dalle spiagge per
non infastidire i pescatori. Il centro abitato finisce improvvisamente con un cantiere nautico, da qui
la costa ricomincia ad essere selvaggia ed assolutamente non antropizzata. E' la famosa scogliera
dei Grosgalli, dove le pareti a strapiombo sul lago formano gole e forre.
Si dice che qui streghe e maghi venivano a compiere i loro riti.
Costeggiando individuiamo una gola abbastanza ampia, con uno spazio pianeggiante rialzato di
circa un metro e mezzo dall'acqua. Penso che se fossi uno stregone potrebbe essere un buon posto
per fare riti magici, quindi decidiamo di tentare uno sbarco per vedere se ci troviamo una strega
che ci prepari una pozione per rendere più veloci i nostri kayak in cambio di un panino. Non c'è
neanche un accenno di spiaggetta per cui scendiamo aggrappandoci direttamente ai sassi e
leghiamo per bene i kayak che restano in acqua. Arrampicatici sul pianoro ci facciamo largo nella
vegetazione;
nessun segno di riti magici, ma solo della maleducazione di qualcuno che ha ben pensato di
scaricarci dei rifiuti. La gola termina con l'ingresso di una grotta parzialmente coperta dalla
rigogliosa vegetazione primaverile. Non essendo amanti della speleologia torniamo sui kayak e
proseguiamo la navigazione verso Bellagio.
Arriviamo alla Grotta dei Bulberi che è quasi mezzogiorno. Troppo presto per godere dei riflessi
dato che il sole è ancora dietro al monte Nuvolone, ma anche fossimo arrivati più tardi le nuvole ci
avrebbero rovinato lo spettacolo; proseguiamo quindi la navigazione fino alla spiaggia che sta
sotto al Ponte del Diavolo dove sbarchiamo per il pranzo.
Dopo aver mangiato ed esserci riposati in un batter d'occhio siamo già al punto di partenza.
Passiamo oltre e raggiungiamo il centro di Bellagio con le sue ville ed i suoi giardini in fiore.
Attraversare l'imbarcadero di Bellagio una domenica di primavera non è per niente facile.
Ci sono i grossi traghetti che trasportano automobili su 3 rotte, gli aliscafi, i battelli di linea e
turistici che partono ed arrivano ad un ritmo frenetico; oltre ad una miriade di motoscafi. Sembrerà
assurdo ma gironzolando fuori dal porto di La Spezia c'è molto meno casino (o forse è solo
spalmato in molto più spazio).
Raggiunta la punta non resistiamo alla tentazione di guardare in giù nel ramo di Lecco.
Vedere là in fondo il monte Moregallo ed i corni di Canzo ci ha ricordato che tutte le belle cose
viste oggi sono sempre state li, dietro casa, ad aspettare che andassimo a scoprirle e ad apprezzarle.
Raggiungiamo anche il porto di Pescallo dove invertiamo la rotta zigzagando tra le barche
ormeggiate, doppiamo nuovamente la punta per rientrare nel ramo di Como, attraversiamo di gran
lena le rotte delle navi non dopo aver aspettato e calcolato il momento giusto. 8 ore esatte dopo
l'imbarco (che si traducono in 22,5km o 12 nm) siamo nuovamente a San Giovanni per caricare
attrezzatura e kayak in macchina.
associazione canottieri. Decidiamo di esplorare prima la sponda opposta; così da trovare poi la
grotta sulla strada di ritorno, quando la luce arriva con la migliore angolazione per creare i tanto
agognati riflessi azzurri.
| Passaggi segreti |
Da qui cominciamo il giro attorno a punta Balbianello; l'idea di fare tutto il giro del promontorio che
ospita la celebre villa è stata azzeccata. Un bello spettacolo di sassi a picco nel lago con le fronde
e le verdi chiome degli alberi che arrivano ad accarezzare l'acqua. Poi Villa del Balbianello,
ritenuta da molti la più bella tra le ville del lago che ospita le ville più belle del mondo.
Da qui all'Isola Comacina la strada è poca. Ci giriamo attorno in senso antiorario ed una volta
ritornati sul punto più a nord dell'isola decidiamo di sbarcare per riposarci un attimo prima di
affrontare nuovamente la traversata per tornare sulla sponda da cui siamo partiti.
Questa volta attraversiamo perpendicolari rispetto alla costa così da minimizzare la distanza dato
che il traffico di barche a motore comincia ad essere non indifferente. Il punto di mira è la chiesa
di Lezzeno. Costeggiamo il paese diretti a nord stando a qualche decina di metri dalle spiagge per
non infastidire i pescatori. Il centro abitato finisce improvvisamente con un cantiere nautico, da qui
la costa ricomincia ad essere selvaggia ed assolutamente non antropizzata. E' la famosa scogliera
dei Grosgalli, dove le pareti a strapiombo sul lago formano gole e forre.
Si dice che qui streghe e maghi venivano a compiere i loro riti.
Costeggiando individuiamo una gola abbastanza ampia, con uno spazio pianeggiante rialzato di
| Sbarco "creativo" ai sassi dei Grosgalli |
per fare riti magici, quindi decidiamo di tentare uno sbarco per vedere se ci troviamo una strega
che ci prepari una pozione per rendere più veloci i nostri kayak in cambio di un panino. Non c'è
neanche un accenno di spiaggetta per cui scendiamo aggrappandoci direttamente ai sassi e
leghiamo per bene i kayak che restano in acqua. Arrampicatici sul pianoro ci facciamo largo nella
vegetazione;
nessun segno di riti magici, ma solo della maleducazione di qualcuno che ha ben pensato di
| grotta tra la vegetazione - scogliera dei Grosgalli |
rigogliosa vegetazione primaverile. Non essendo amanti della speleologia torniamo sui kayak e
proseguiamo la navigazione verso Bellagio.
Arriviamo alla Grotta dei Bulberi che è quasi mezzogiorno. Troppo presto per godere dei riflessi
dato che il sole è ancora dietro al monte Nuvolone, ma anche fossimo arrivati più tardi le nuvole ci
avrebbero rovinato lo spettacolo; proseguiamo quindi la navigazione fino alla spiaggia che sta
sotto al Ponte del Diavolo dove sbarchiamo per il pranzo.
Dopo aver mangiato ed esserci riposati in un batter d'occhio siamo già al punto di partenza.
Passiamo oltre e raggiungiamo il centro di Bellagio con le sue ville ed i suoi giardini in fiore.
Attraversare l'imbarcadero di Bellagio una domenica di primavera non è per niente facile.
Ci sono i grossi traghetti che trasportano automobili su 3 rotte, gli aliscafi, i battelli di linea e
turistici che partono ed arrivano ad un ritmo frenetico; oltre ad una miriade di motoscafi. Sembrerà
assurdo ma gironzolando fuori dal porto di La Spezia c'è molto meno casino (o forse è solo
spalmato in molto più spazio).
Raggiunta la punta non resistiamo alla tentazione di guardare in giù nel ramo di Lecco.
Vedere là in fondo il monte Moregallo ed i corni di Canzo ci ha ricordato che tutte le belle cose
viste oggi sono sempre state li, dietro casa, ad aspettare che andassimo a scoprirle e ad apprezzarle.
Raggiungiamo anche il porto di Pescallo dove invertiamo la rotta zigzagando tra le barche
ormeggiate, doppiamo nuovamente la punta per rientrare nel ramo di Como, attraversiamo di gran
lena le rotte delle navi non dopo aver aspettato e calcolato il momento giusto. 8 ore esatte dopo
l'imbarco (che si traducono in 22,5km o 12 nm) siamo nuovamente a San Giovanni per caricare
attrezzatura e kayak in macchina.
| Piccola incursione nel ramo di Lecco |
martedì 19 aprile 2016
Il Garda da Manerba con Sottocosta
![]() |
| Avvicinamento all'Isola del Garda |
Questa domenica abbiamo, per la prima
volta, partecipato ad uno dei raduni di Sottocosta.
Stando alla descrizione dell'evento si
proponeva come giornata adatta ai principianti.
| Imbarco |
Il ritrovo è stato a Porto Torchio di
Manerba del Garda.
Ci ha rassicurato vedere che non
c'erano solo performanti kayak da mare in composito ma anche qualcuno
con barche in polietilene sotto ai 5m.
Alla fine si diceva che fossimo in poco
meno di 50, una gran bell'ondata di kayak!
Dopo il briefing, tenuto dal mitico
Luciano, ci siamo imbarcati e diretti verso l'Isola dei Conigli.
I primi momenti in acqua sono stati di
ambientamento: dopo un intenso fine settimana a fare il corso
foundation sui Tiderace con la pagaia groenlandese tornare sui nostri
Prijon, corti e con una minor stabilità direzionale, è stato un
piccolo trauma. Superato questo nuovo primo impatto si è subito
notato che il corso ha dato buoni frutti in termini di maggior
naturalezza e disinvoltura nella gestione del kayak. Anche la grande
maneggevolezza dei nostri Prijon si è rivelata utile in quanto non
siamo abituati a pagaiare in un gruppo fitto.
Raggiunta l'isola con i suoi scogli
abbiamo puntato a Nord, tagliando il golfo per raggiungere subito
Isola del Garda con la sua imponente e spettacolare villa. Dinnanzi a
questa struttura ci siamo fermati qualche minuto facendo un gruppo
stretto zatterandoci a vicenda per ascoltare le informazioni che ci
venivano date da un kayaker-cicerone locale riguardo aspetti storici
ed artistici sull'isola e la struttura che ospita.
La fame cominciava a farsi sentire per
cui ci siamo allungati nel golfo di Salò dove siamo sbarcati per il
pranzo al sacco... incredibile quello che è uscito dai gavoni!
La sosta purtroppo è durata giusto il
tempo di mangiare e bere. Una sottile pioggerella ci ha fatto
risalire in kayak al volo per cercare di tornare prima di un
temporale che era previsto per il tardo pomeriggio. Il rientro da
Salò è stato costeggiando nuovamente Portese fino a doppiare punta
san Fermo per rientrare poi nel golfo di Manerba che questa volta
abbiamo percorso stando sottocosta fino al punto di imbarco.
Il bilancio finale è senza dubbio
positivo nonostante il meteo (sempre coperto, e con qualche goccia
d'acqua ogni tanto che però non disturbava). E' stata una giornata
per noi piena di “prime volte”:
Prima uscita con Sottocosta ASD;
Prima pagaiata in un gruppo decisamente
numeroso;
Prima volta sul Benaco;
Prima volta in kayak dopo il corso;
Primo viaggio autostradale coi kayak
sul tetto.
Grazie a Luciano Belloni ed alle altre
guide ed istruttori che hanno organizzato l'uscita e garantito la
sicurezza di tutti, grazie a tutti i partecipanti per la compagnia!
venerdì 8 aprile 2016
Corso Foundation - Lerici
Un fine-settimana magnifico quello
appena trascorso. Un corso di kayak ci voleva proprio per acquisire
una tecnica di pagaiata efficace ed efficiente, imparare manovre base
per la gestione e la manovra del kayak e le basi dei salvataggi
assistiti.
Già dalle premesse si intuiva che
sarebbe stato un successo:
L'istruttore è il famoso Guido di
Tuilik; kayaker marino dall'indubbia esperienza ed ottimo maestro.
La location semplicemente spettacolare;
la Scuola di mare Santa Teresa (nel comune di Lerici) è una delle
due basi nautiche di Tuilik. C'è poco da dire, dubito che si possa
trovare in Liguria un altro posto così. La struttura è
letteralmente incastonata nel golfo dei Poeti, appena all'interno del
varco di levante del porto di La Spezia. La vista dalla stanza è spettacolare; la scuola dispone di una piccola baia naturale in
cui una barca a vela e quattro kayak lunghi più di 5m possono
liberamente esercitarsi sulle manovre senza darsi fastidio.
Anche il meteo è stato clemente. Poche
nuvole, giusto qualche cirro per non farci soffrire troppo il caldo
ed un mare che è stato clemente e si è adeguato alla nostra
preparazione.
Il corso si chiama “foundation” e
rappresenta la base del kayak da mare.
Il venerdì ci siamo limitati alle
presentazioni ed al controllo dell'attrezzatura (tutta messa adisposizione da Tuilik). Abbiamo dato uno
sguardo alla carta nautica della zona e fatto una chiacchierata sulle
norme di comportamento in prossimità di porti e navi. La sera, dopo
un'abbondante cena, siamo usciti al buio per osservare le luci del
porto e delle navi, per capirne il significato, la portata e valutare
la distanza delle segnalazioni rapportandole sulla cartina. E' stato
molto interessante anche se per questo livello di corso non sono
previste navigazioni notturne.
Il sabato abbiamo lavorato sulla
propulsione e sulle manovre (pagaiata circolare, 360, appoggio basso,
spostamenti laterali e timone di poppa).
Purtroppo poco dopo mezzogiorno Gloria
è rientrata alla scuola a causa di un po' di mal di mare (capita
quando ci si concentra sulle manovre).
Abbiamo percorso poca strada, rimanendo
appena fuori dalla diga foranea della Spezia. Poi nel pomeriggio ci
siamo allungati oltre l'abitato di Lerici mettendo in pratica quello
che abbiamo imparato divertendoci anche in stretti passaggi tra gli
scogli.
Al rientro abbiamo provato anche il
salvataggio a T sia nel ruolo di uomo in mare sia nel ruolo di
soccorritore... e devo dire che, al contrario delle aspettative, è
stata la manovra più facile del corso, o almeno così sembra in acque calme.
La scoperta più grande della giornata
è stata la pagaia groenlandese, che non ho più lasciato, trovo dia
un feeling più naturale e rilassato.
Per la domenica ci hanno raggiunto
anche due amici del CK90 (i famosi Inuit del Lario). Felice, altro validissimo istruttore, e
Pietro che doveva conseguire la certificazione PagaiaAzzurra di 3°
livello il quale ha predisposto e guidato la navigazione che ci ha
impegnato tutto il giorno.
Partiti dalla scuola abbiamo
attraversato il varco di levante, costeggiato all'interno la lunga
diga foranea ed attraversato anche il varco di ponente (che è quello
più grande da cui passa il traffico commerciale). Raggiunta
finalmente la costa ovest del golfo dei Poeti abbiamo proseguito
lungo le strutture militari fino ad imboccare il canale che separa
Palmaria dalla costa per poi arrivare a Portovenere. Doppiata la
punta con la famosa chiesa di S. Pietro abbiamo esplorato
l'insenatura dietro la rocca e proseguito per qualche miglio lungo la
scogliera in direzione Cinque Terre alternando tratti con andatura
“da spedizione” in fila indiana molto stretta ad altri in cui
riprendevamo gli esercizi del giorno precedente. Verso le 11 abbiamo
invertito la rotta ed abbiamo circumnavigato Palmaria; Sulla sponda
est dell'isola ci siamo fermati su una spiaggia per il pranzo al
sacco e per recuperare energie. Da li abbiamo nuovamente attraversato
il canale per tornare in direzione di Spezia. Prima di attraversare
il varco abbiamo lasciato uscire una portacontainers e per il rientro
a scuola siamo passati dallo scoglio con i ruderi della torre Scola
all'esterno della diga soffermandoci un attimo sopra al relitto
semi-sommerso della nave Margaret.
Prima di passare nuovamente dal varco
di levante, dopo questa navigazione stimata in circa 16 miglia, Guido
ha chiuso il corso. Ci restava solo da lavare e sistemare
l'attrezzatura, fare una doccia veloce e salutarsi con la promessa di
tornare tutti assieme in mare.
Link utili:
Photo by Felice e Guido
venerdì 11 marzo 2016
Ricordi di una giornata di un autunno quasi primaverile
Dopo la delusione di aver saltato
l'esplorazione del Trasimeno la scorsa settimana a causa del meteo
sto fantasticando sulle uscite della stagione primavera-estate 2016.
Dopo un autunno quantomeno anomalo ed un'inverno inesistente spero
che il tempo mi conceda tante belle escursioni.
Dal pc sono saltate fuori le foto di
una delle prime uscite in kayak.
L'ho trovato in mezzo al lago assieme a
Matt, un giovane australiano che è solito passare le vacanze in
Italia.
Marco ha fatto parecchie foto...e mi ha
dato anche qualche buon consiglio sulla tecnica di pagaiata.
Matt ci ha raccontato delle sue
avventure in giro per il mondo e ci ha spiegato che quelli sull'Isola
dei Cipressi non sono canguri ma wallaby.
Un bel ricordo di una splendida
mattinata di metà novembre.
Link al blog di Marco:
sabato 20 febbraio 2016
Collaudo mute stagne made in Lecco
Questa mattina alle 9 abbiamo ritirato le nostre mute stagne. A Valmadrera si trova un piccolo laboratorio, gestito da un fanatico del windsurf, che tra le altre cose produce delle ottime mute in cordura.
Il prodotto che offrono è completamente fatto a mano e su misura secondo le dimensioni e le esigenze del cliente.
Le infinite possibilità di personalizzazione che solo un artigiano può offrire, unito ad un prezzo competitivo rispetto alle alternative di marchi noti fa si che le mute "Windcatcher" si stiano facendo apprezzare da molti amanti di parecchi sport nautici.
Dopo un paio di incontri e di scambi di opinioni col titolare e con altri kayaker abbiamo definito come dovevano essere le nostre tute.
La cerniera è posizionata dietro alle spalle, togliendo però la copertura che di solito si mette. La chiusura rimane così vista; scelta antiestetica ma abbiamo così evitato di aggiungere ulteriore spessosere sotto al giubbetto di salvataggio aumentando il confort.
Calzari in cordura sono un tutt'uno con il resto della muta; i piedi restano sicuramente al caldo e all'asciutto senza il bisogno di mettere calze e scarpette in neoprene.
A collo e polsi, ovviamente in lattice, abbiamo fatto aggiungere rivestimento in neoprene per comodità nel caso si vogliano indossare anche guanti in neoprene o cappucci.
Come colori Gloria ha scelto il nero, io ho optato per un più vivave arancio/rosso chiamato "rescue" solitamente utilizato per le tute dei velisti che tentano le traversate oceaniche con le parti più spesse nere.
Alla mia ho fatto aggiungere una cerniera per fare la pipì.
Per provarle siamo andati subito a Pescate, parcheggiato comodamente dietro al Bennet ci siamo imbarcati ed abbiamo risalito l'Adda fino a Lecco.
Poco vento e poca corrente hanno facilitato di molto la risalita rispetto alla prima volta che sono venuto qui. Il lago è piatto e costeggiamo piacevolmente il centro abitato di Lecco fino a raggiungere la statua di San Nicolò.
Andando oltre questa sponda del lago è veramente brutta dato che offre la vista solo delle strutture in cemento armato che sorreggono la strada. Giunti circa all'Orsa Maggiore attraversiamo puntando Valmadrera.
La nostra rotta incrocia un gruppo di sei grandi barche a vela che procedono lentamente di bolina.
A Nord di Valmadrera sbarchiamo per un panino e ne approfittiamo per sfilare collo e polsi dal lattice della muta.
Ripartiti costeggiamo Valmadrera e Malgrate zigzaghando tra le barche ormeggiate, ripassiamo sotto ai ponti sull'Adda e decidiamo di proseguire oltre il punto d'imbarco. Superato il ponte della statale 36 l'Adda torna ad esser lago.
Facciamo anche un veloce giro della parte alta del lago di Garlate e poi rientriamo.
In totale abbiamo pagaiato per circa 11 km. I mesi freddi sono sicuramente i migliori per girare queste zone che d'estate brulicano di motoscafi.
La muta stagna è più confortevole di quanto pensassi. Quando la si indossa dà un pò la sensazione da Gabibbo, ma poi ci si accorge subito che non impedisce minimamente i movimenti e ci si dimentica di averla addosso.
L'unico fastidio è una sensazione di costrizione data dai tubi in lattice a collo e polsi. Ma dovrebbe essere una cosa limitata alle prime uscite, poi il tutto dovrebbe lasciarsi andare e prendere la forma del proprietario.
All'interno si sta bene, meglio che nella solita giacca d'acqua. In altre uscite con la stessa temperatura e lo stesso abbigliamento (pantaloni leggeri, maglia in lycra e micropile) sotto la giacca sudavo, oggi no.
Comoda e traspirante, al primo utilizzo la Windcatcher è promossa a pieni voti.
http://www.nonsolomute.com/
Il prodotto che offrono è completamente fatto a mano e su misura secondo le dimensioni e le esigenze del cliente.
Le infinite possibilità di personalizzazione che solo un artigiano può offrire, unito ad un prezzo competitivo rispetto alle alternative di marchi noti fa si che le mute "Windcatcher" si stiano facendo apprezzare da molti amanti di parecchi sport nautici.
Dopo un paio di incontri e di scambi di opinioni col titolare e con altri kayaker abbiamo definito come dovevano essere le nostre tute.
La cerniera è posizionata dietro alle spalle, togliendo però la copertura che di solito si mette. La chiusura rimane così vista; scelta antiestetica ma abbiamo così evitato di aggiungere ulteriore spessosere sotto al giubbetto di salvataggio aumentando il confort.
Calzari in cordura sono un tutt'uno con il resto della muta; i piedi restano sicuramente al caldo e all'asciutto senza il bisogno di mettere calze e scarpette in neoprene.
A collo e polsi, ovviamente in lattice, abbiamo fatto aggiungere rivestimento in neoprene per comodità nel caso si vogliano indossare anche guanti in neoprene o cappucci.
Come colori Gloria ha scelto il nero, io ho optato per un più vivave arancio/rosso chiamato "rescue" solitamente utilizato per le tute dei velisti che tentano le traversate oceaniche con le parti più spesse nere.
Alla mia ho fatto aggiungere una cerniera per fare la pipì.
Poco vento e poca corrente hanno facilitato di molto la risalita rispetto alla prima volta che sono venuto qui. Il lago è piatto e costeggiamo piacevolmente il centro abitato di Lecco fino a raggiungere la statua di San Nicolò.
La nostra rotta incrocia un gruppo di sei grandi barche a vela che procedono lentamente di bolina.
A Nord di Valmadrera sbarchiamo per un panino e ne approfittiamo per sfilare collo e polsi dal lattice della muta.
Ripartiti costeggiamo Valmadrera e Malgrate zigzaghando tra le barche ormeggiate, ripassiamo sotto ai ponti sull'Adda e decidiamo di proseguire oltre il punto d'imbarco. Superato il ponte della statale 36 l'Adda torna ad esser lago.
Facciamo anche un veloce giro della parte alta del lago di Garlate e poi rientriamo.
La muta stagna è più confortevole di quanto pensassi. Quando la si indossa dà un pò la sensazione da Gabibbo, ma poi ci si accorge subito che non impedisce minimamente i movimenti e ci si dimentica di averla addosso.
L'unico fastidio è una sensazione di costrizione data dai tubi in lattice a collo e polsi. Ma dovrebbe essere una cosa limitata alle prime uscite, poi il tutto dovrebbe lasciarsi andare e prendere la forma del proprietario.
All'interno si sta bene, meglio che nella solita giacca d'acqua. In altre uscite con la stessa temperatura e lo stesso abbigliamento (pantaloni leggeri, maglia in lycra e micropile) sotto la giacca sudavo, oggi no.
Comoda e traspirante, al primo utilizzo la Windcatcher è promossa a pieni voti.
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