martedì 19 luglio 2016

Gente del Delta


Si è ormai concluso il nostro quarto giorno sul delta del Po; staremo in zona ancora un paio di giorni ma approfitto del Wi-Fi dell'agriturismo per parlare della gente che vive sul delta ed, in particolare, di come si ponga nei confronti di due turisti che si divertono a scorrazzare per canali e lagune in kayak.
Dimenticate le "ostilità" dei nostri laghi dove, se anche passi a 100 m dalla riva, il pescatore della domenica ti maledice a gran voce; dimenticatevi anche della poca educazione dei diportisti del lago che ti sfrecciano accanto coi loro grossi motoscafi.
Qui tutti ti salutano. Dal pascatore sulle case galleggianti a quello sulle barche, gli operai che lavorano sulle chiatte con gli escavatori, gli anziani che portano i nipoti in barca...tutti ti fanno almeno un cenno con la mano, molti si soffermano a scambiare due parole, danno consigli su quali canali prendere ed in quali spiagge fermarsi.
Oggi in auto abbiamo chiesto informazioni su dove potersi imbarcare nel Po di Gnocca. Un pescatore di vongole ci ha indicato uno scivolo sull'argine, poi lo abbiamo ritrovato in acqua con la sua barca a motore e ci ha accompagnato e guidato nel labirinto di canneti e laghetti nella zona del Bacucco, ci ha fatto sbarcare in un punto nascosto dell bonello ed in spiaggia si è fermato non poco a raccontarci aneddoti sulla zona.
Anche i diportisti sono molto educati; quando ci passano a fianco rallentano fin quasi alla nostra velocità, salutano come tutti e poi ridanno tutta manetta quando le loro onde non ci posso più infastidire.
Da noi il lago è uno svago per chiunque: c'è chi ci va a pesca, chi in barca,  chi in motoscafo,... ma tutti si sentono liberi di comportarsi come più gli piace senza preoccuparsi del fatto che magari qualcuno vuole vivere il lago in maniera diversa dalla sua.
Qui, chi vive SUL delta vive DEL delta; eppure tutti rispettano tutti.
Gran bel posto per pagaiare.

mercoledì 13 luglio 2016

Preparando la cambusa

c'è tutto?
Preparandoci per l'esplorazione del delta del Po.
Se il meteo ce lo concede l'idea è quella di girare nella foce del fiume per una settimana in kayak.

Organizzare la cambusa è divertente con primi e secondi liofilizzati, carni e legumi in scatola, tonno sott'olio, frutta secca e sciroppata, biscotti, gallette, marmellatine,...
Non mangeremo come fossimo in albergo ma ci fa sentire veramente come un'esploratore che si sta preparando ad una lunga avventura!

Se si riesce recupereremo in posto cibi freschi e magari un paio di pasti in trattoria ma preferisco partire con cibo  per i 5-7 giorni che ci siamo prefissati in modo da non farne un dramma se per caso i pochi paesini del delta fossero lontani dalle nostre tappe.

Completeranno il tutto 24 litri di acqua, qualche bottiglia di integratore di sali e l'immancabile moka con annesso sacchettino di caffè.
tutto impacchettato e compresso, pronto per essere inserito nei gavoni

mercoledì 15 giugno 2016

Pagaiata attorno a Moneglia

Moneglia vista dal mare
Il meteo per lo scorso fine settimana non prometteva nulla di buono. Siamo partiti lo stesso, coi kayak sul tetto, alla volta di Moneglia. Il primo tratto di strada è stato poco incoraggiante dato che da casa fino a Pavia si viaggiava a velocità ridotta sotto ad una pioggia che sembrava più il diluvio universale che una pioggerellina primaverile; fortunatamente prima di raggiungere l'appennino ligure è uscito un bel sole.
Raggiunto il camping “il Rospo” ben più tardi del previsto abbiamo montato in fretta e furia la tenda e siamo entrati in acqua.
imbarco difficile
Questo posto non è propriamente adatto ai kayak dato che per andare in mare bisogna fare una scala stretta e ripida che finisce direttamente in acqua. Abbiamo scelto di far base qui perchè, dopo aver fatto in settimana un giro di telefonate e di mail, questo è risultato l'unico camping sul mare tra quelli contattati che non si è mostrato infastidito dalle richieste di informazioni di un cliente (info su disponibilità e logistica, non ho chiesto nulla di strano).
Montata la tenda in fretta e furia abbiamo portato a fatica i kayak in acqua e ci siamo preparati alla navigazione. Ci imbarchiamo che è ormai tarda mattinata e puntiamo verso ovest. Il golfo di Moneglia è poco interessante, ci sono stabilimenti balneari che a quest'ora sono ancora vuoti. Costeggiamo e proseguiamo oltre, il litorale diventa ripido e roccioso, un meraviglioso susseguirsi di piccole baie tutte da esplorare. All'interno della roccia passa la famosa e caratteristica “strada delle gallerie” che abbiamo percorso per raggiungere Moneglia da Sestri Levante.

cercando l'ombra
In alcuni punti si vedono i vari strati di roccia che si sfogliano e sembrano cadere nel mare, si possono trovare anche delle piccole aperture “a misura di kayak” in cui ci si può infilare di poppa per cercare un poco di ombra e trovare refrigerio mentre ci si fa dolcemente cullare dal mare calmo.
Alla punta più esposta dopo Moneglia c'è anche una grotta molto bella, è un tunnel abbastanza lungo che attraversa un piccolo promontorio roccioso, l'apertura è larga circa un paio di metri e va via via stringendosi sbucando, con una piccolissima apertura, nella baia successiva. L'ho percorso tutto, sentendomi un grande esploratore. Alla fine ci si spinge con le mani sulla roccia perchè non c'è più spazio per manovrare la pagaia; a poche decine di centimetri dall'uscita un masso restringe il passaggio a meno di 50 cm. Dopo averci spanciato sopra ad un'ondata ed aver quasi rischiato l'uscita bagnata ho fatto retromarcia dato che di li neanche con un kayak ci si passa.
la roccia nera e l'azzurro mare
Proseguiamo la nostra navigazione senza fretta, non avendo una meta ben precisa ci soffermiamo spesso a guardare la costa e le onde che si frangono sugli scogli. Ci divertiamo a zigzagare tra gli scogli ed a passare sopra ai massi che vengono sommersi e scoperti ad ogni ondata, quasi sempre sbagliamo il calcolo dei tempi ed impattiamo con la pancia sulla roccia.
Giusto quando la fame si fa sentire arriviamo all'unica grossa spiaggia -di ciottoli- presente su questo tratto di costa, proprio sotto ad un ristorante posto in una valle tra due gallerie ben visibile anche dalla strada. Sbarchiamo per un bagno in mare (il mio primo dopo parecchi anni) ed il pranzo al sacco. Dopo esserci rifocillati proseguiamo oltre fino a raggiungere una punta con uno scoglio su cui e posata una statuetta... oltre vediamo il centro di Riva Trigoso ma decidiamo di rientrare dato che si sta alzando un po' di vento contrario al rientro. Il viaggio di ritorno è più veloce dato che tagliamo i golfi e non ci soffermiamo molto. Facciamo solo una pausa con sbarco sugli scogli a metà strada, tagliamo anche il golfo di Moneglia e raggiungiamo il campeggio.
Sbarco su una frana
Visto che è presto proseguiamo oltre verso Deiva per un paio di km, qui la costa è ben diversa, non è roccia ma terra ed è un'unica frana constellata di muraglioni e sbarramenti di massi che tentano di fermare la capacità di erosione del mare. Una volta rientrati al campeggio fatichiamo non poco per riportare kayak ed attrezzatura al piano della strada, facciamo una doccia, sistemiamo il materiale in macchina pronto per partire la mattina del giorno successivo, allestiamo la tenda per la notte e ci soffermiamo sdraiati sotto un pino a tirare l'ora di andare a mangiare.
La sera cena di pesce in un ristorantino, giro sul lungomare e tra le viuzze del centro storico e poi in tenda a riposare.
Veniamo svegliati verso le 6 da un'acquazzone, aspettiamo che perda di forza e smontiamo la tenda.
La mattinata la passiamo in auto, sotto ad un cielo nero e cupo a bighellonare tra le stradine di montagna tra Sestri e le cinque terre. Verso le 10 il cielo si apre ma il mare rimane molto mosso. A Riva Trigoso, sulla spiaggia all'inizio della strada delle gallerie, mettiamo i kayak in acqua litigando con onde alte più di un metro che formano una zona di surf. Ci rendiamo subito conto che le condizioni non sono adatte alla nostra esperienza e sbarchiamo dopo poche centinaia di metri sulla spiaggia successiva. Carichiamo tutto in auto e torniamo a casa.
Nonostante il secondo giorno sia andato veramente male siamo ben felici di aver portato i nostri Prijon in mare per la prima volta, siamo tutti e due soddisfatti anche dei nuovi acquisti (la mia pagaia ed il timone di Gloria).








mercoledì 8 giugno 2016

Gloria al timone!

Lo scorsa domenica il meteo ci ha tenuto chiusi in casa. Ne abbiamo approfittato per dotare il kayak di Gloria di timone.
Volendo in commercio si trovano kit "universali" coi quali si può risparmiare un po'; altrimenti avendo a disposizione qualche attrezzo (un trapano a colonna e poco altro) si potrebbe tentare un'autoscostruzione senza probabilmente incontrare troppe difficoltà.
L'originale costicchia un po'... ma viene fornito direttamente pronto all'installazione, ed il risultato è garantito... oltretutto un bel kayak nuovo merita di avere il SUO timone.
Qualche giorno prima sono andato al Tuttocanoa (importatore esclusivo per l'Italia di Prijon) per recuperare il set originale che è uguale per tutti i kayak monoposto di questa casa.

Non occorre aggiungere nulla. Tutti i cavi, moschettoni, elastici, viti e dadi sono già compresi nel kit.

Ansia da trapano
Si installa la "lama" direttamente sul supporto che sta a poppa di tutti i kayak Prijon (si usa la brugola del seggiolino); con trapano e punta da 4mm si fora dove si vorrà installare l'occhiello che tiene tese le cimette che si manovrano per armare o disarmare il timone, unica accortezza è quella di trovare un punto idoneo e che non disturbi troppo nel mettere o togliere il paraspruzzi.
La parte più lunga è giocare a rifare i nodi che tengono in tensione questo comando in maniera da trovare la misura giusta.

Ora basta far passare le cordicelle che comandano la direzione tramite la pedaliera nei passacime che già si trovano nel kayak. Si parte infilandole dal pozzetto proprio sotto ai premicosce; una volta arrivate a poppa si fanno dei nodi sui moschettoni ai lati della piastra che fa da bilanciere. Una volta fissate le cinghie regolabili ai pedali e tagliata la cimetta in eccesso il lavoro è fatto.


Prove coi tiranti
Per ora solo il kayak di Gloria è timonato, io voglio provare a farne a meno
Il kayak con timone è come la macchina col cambio automatico e mi sono convinto del fatto che sia meglio imparare a gestire kayak con la pagaia ed il baricentro prima di concedersi questa comodità... un po' come è meglio saper usare un cambio e una frizione prima di passare ai due pedali.


www.tuttocanoa.it
http://www.prijon.com/



Lavoro finito: approvato dalle due supervisori Aika e Maya

domenica 5 giugno 2016

La mia nuova pagaia

La pagaia è lo strumento con il quale si imprime  movimento ad una piccola imbarcazione.

Uno strumento tanto efficiente quanto sterile se pensiamo ad una pagaia “europea” o “moderna” costruita in carbonio ed altri materiali compositi ultra-moderni ed in cui lo studio che c'è dietro le sue forme è stato fine e curato quanto lo è quello di un'automobile da corsa.

All'estremo opposto troviamo le groenlandesi in legno. Non sono state studiate da ingegneri al pc ne tanto meno sono fatte in laboratori che lavorano materiali degni di una ditta aerospaziale. La loro forma è stata sviluppata dagli inuit in secoli (o forse millenni) di utilizzo in mare; loro le costruivano con i tronchi ed i rami che il mare gli donava, legni che arrivavano da chissà dove e che venivano sapientemente intagliati e lavorati a mano con strumenti semplici. Ognuno ha le sue preferenze, sia sulla tipologia che sui materiali, ma nessuno è immune al fascino di un bell'oggetto in legno fatto a mano.
Se non siete inuit ma siete europei, e magari avete la fortuna di abitare vicino ad un bravo artigiano del legno appassionato di kayak, potete concedervi un gran lusso: avere come pagaia un bell'oggetto;

una vera e propria piccola opera d'arte come può esserlo solo il frutto del lavoro e della passione di un piccolo artigiano che ama il suo lavoro.

Domenica siamo stati in una valle del varesotto, a casa di Sergio. Lui produce le pagaie a marchio Avatak. Gloria aveva deciso di regalarmi una sua creazione e mi ha detto di scegliere quella che volevo.
Sergio si definisce falegname ma in realtà il suo lavoro è qualcosa di più:
Con le diverse essenze si diverte a giocare per ottenere risultati diversi in termini di flessibilità e robustezza. Le Avatak sono costruite con ben 11 inserti di legni diversi avendo cura di utilizzare legni leggeri e flessibili per le parti centrali e legni più duri e resistenti per quelle più soggette ad urti ed usura. Gli accostamenti cromatici tra le varie essenze sono quasi sempre azzeccati al punto da far invidia al lavoro di un'ebanista; c'è da meravigliarsi del fatto che molti le vogliano verniciate in nero.

Dopo aver maneggiato qualche pagaia ed averne viste e toccate altrettante in vari stadi di lavorazione mi sono innamorato di quella dalla forma più semplice (che lui chiama “Terranova”)  che riposava su due cavalletti assieme ad altre sue simili dopo aver ricevuto l'ultima mano di protettivo trasparente. E' stato un piacere anche ascoltare le caratteristiche delle varie essenze utilizzate:
Abete rosso per l'anima che corre per tutta la lunghezza, Cedro rosso  e DiFou per le pale , Teak per il manico. La mia Terranova è lunga 234cm e pesa 947g.
Per ora riposa infilata nel pozzetto del kayak...ma come il proprietario non vede l'ora di andare in acqua!

http://www.avatakpagaie.com

lunedì 23 maggio 2016

prove tecniche di trekking nautico

Caricare tenda e viveri nei gavoni per partire all’esplorazione è la quintessenza del kayak da mare.
Fantasticando di varie mete possibili per un futuro più o meno prossimo ci siamo accorti che serviva un banco prova, qualcosa che fosse vicino e non troppo impegnativo ma che ci facesse provare l’esperienza di un piccolo trekking nautico. Mete ideali sono l’alto Lario ed il lago di Mezzola.

GIORNO 1:
distanza percorsa 25km – 13,5nm

Imbarco a Colico, da una spiaggia molto frequentata da appassionati di kitesurf.
Costeggiamo in direzione nord dove troviamo la foce dell'Adda.
Val la pena perdere qualche mezz'ora per risalirlo di un chilometrino o due. La primavera e l'acqua alta rendono le sue sponde, specie nelle prime centinaia di metri, veramente incantevoli; grandi alberi si alzano direttamente dall'acqua e si può addirittura avere l'occasione di pagaiare in un piccolo boschetto semisommerso o con la pancia del kayak che accarezza l’erba di un praticello allagato.
Ritornati nel lago proseguiamo verso La Punta (frazione di Sorico) dove facciamo un incontro davvero curioso e simpatico: il lago ha inondato parte dei prati di pertinenza di una fattoria. Sfiliamo a pochi centimetri da un vitello che se ne sta beatamente a mangiare le foglie di una pianticella immerso nell'acqua fino alla pancia.
Giungiamo al punto dove finisce il fiume Mera, lo risaliamo fino al bacino del lago di Mezzola. Rimaniamo affascinati da quanto sia diverso rispetto a come ce lo ricordavamo quest'inverno, le spiaggette sono sparite sott'acqua e le tonalità di marrone sono diventate di un verde acceso.
Anche la famosa cascatella è decisamente ingrossata e lungo il percorso non è raro vedere qualche piccolo rigagnolo d’acqua che esce dalle rocce e si butta nel lago. Terminate le pareti a strapiombo puntiamo il Mera settentrionale per raggiungere il tempietto di San Fedelino. Anche qui grande stupore. L'enorme spiaggia su cui avevamo pranzato tra la neve a gennaio è completamente sommersa e l'acqua arriva a pochissimi metri dalla chiesetta. Visto che è ancora presto per accamparci decidiamo di proseguire la risalita del Mera per qualche centinaio di metri. Qui il fiume si rivela in tutta la sua bellezza, di un azzurro che sembra disegnato a pastello in mezzo alla vegetazione. Rimaniamo stregati dai colori al punto che quei “centinaia di metri” diventano quattro chilometri; arriviamo nelle vicinanze di un ponte nei pressi di Casenda dove la corrente comincia a farsi sentire e  si trovano degli isolotti formati da accumuli di sabbia. Sotto il ponte avvistiamo una cascatella artificiale per cui impossibile proseguire oltre, si fa dietro-front e si ritorna a San Fedelino e poi nuovamente nel lago alla ricerca del punto in cui passeremo la notte. Fortunatamente manca molto a sera perché la spiaggia dove pensavo di piazzare la tenda è, come tutte le altre, più di un metro sott'acqua.
Ritorniamo alla cascata dove riusciamo a trovare un fazzoletto di terra in piano e senza sassi dove  la tenda ci sta a malapena; per le ore 19 circa è operativo anche il servizio cucina.
Il menù per la cena prevede penne al tonno e fagiolata (tutto cotto su fornelletto a legna) e come proseguimento di serata un bel pezzo di Grana Padano e l'immancabile fiaschetta col Whisky.
Ci fermiamo un po' a guardare la notte che arriva dopodiché ci mettiamo a letto.







GIORNO 2:
distanza percorsa 14,5km – 7,5nm

Ci svegliamo senza fretta. Saranno state le 7 o giù di lì. Per prima cosa si mette su la moka e ci si sciacqua la faccia direttamente nella cascata. Facciamo colazione, smontiamo il campo con calma e rimettiamo tutto nei gavoni. Vediamo sul lato opposto del lago Verceia avvolta in una nebbiolina fine che tra poco sparirà. Una piccola barchetta a motore con tre pescatori è, in un silenzio assoluto, l’unico segno della presenza umana sul lago da ieri sera.
Risaliamo sui kayak e torniamo a Sud, ripercorriamo il tratto di Mera che unisce i due laghi e di li a breve siamo nuovamente nel Lario. Improvvisamente passiamo da un paesaggio in cui la natura e la calma regnano sovrani ad un ambiente ben diverso, ci teniamo sulla costa occidentale dove le spiagge di Gera Lario e Domaso sono affollate di  turisti soprattutto tedeschi. Anche in acqua c’è un gran traffico: motoscafi di tutte le dimensioni, moto d’acqua, tavole da windsurf, kitesurf, laser,  barche a vela e catamarani.  Arrivati al punto più esposto decidiamo di attraversare per tornare verso Colico. L’acqua, come spesso accade da queste parti nel primo pomeriggio, diventa mossa per cui la traversata non è semplice. Oltretutto dobbiamo passare attraverso un folto gruppo di windsurf, stare attenti a dei motoscafi che sfrecciano a velocità folli ed evitare di passare attraverso il percorso di una regata di catamarani.
Raggiungiamo la zona del promontorio che sta a nord del laghetto di Piona. Anche questo tratto è molto bello e selvaggio. Proseguiamo l’esplorazione solo per un breve tratto verso sud, abbandoniamo l’idea di raggiungere il laghetto di Piona a causa del vento e dell’acqua agitata che dilatano i tempi di percorrenza e rendono tutto più faticoso. Giriamo i kayak e riprendiamo la navigazione verso nord. Finita la scogliera impervia si raggiunge subito il centro abitato con il lido, attraversiamo il porto con un gran traffico da diporto, passiamo di fianco ad un aliscafo ormeggiato e raggiungiamo il prato da cui la mattina precedente eravamo partiti.

Per le 14.30 siamo già in viaggio verso casa, abbastanza presto da evitare il solito traffico congestionato che caratterizza la SS36 la domenica.








lunedì 9 maggio 2016

La parte alta del ramo di Como

Ci si imbarca alle 8 nella frazione San Giovanni di Bellagio, proprio di fronte alla sede della locale
associazione canottieri. Decidiamo di esplorare prima la sponda opposta; così da trovare poi la
grotta sulla strada di ritorno, quando la luce arriva con la migliore angolazione per creare i tanto
agognati riflessi azzurri.
Passaggi segreti
Facciamo quindi una traversata del ramo in diagonale puntando il lido di Lenno.
Da qui cominciamo il giro attorno a punta Balbianello; l'idea di fare tutto il giro del promontorio che
ospita la celebre villa è stata azzeccata. Un bello spettacolo di sassi a picco nel lago con le fronde
e le verdi chiome degli alberi che arrivano ad accarezzare l'acqua. Poi Villa del Balbianello,
ritenuta da molti la più bella tra le ville del lago che ospita le ville più belle del mondo.
Da qui all'Isola Comacina la strada è poca. Ci giriamo attorno in senso antiorario ed una volta
ritornati sul punto più a nord dell'isola decidiamo di sbarcare per riposarci un attimo prima di
affrontare nuovamente la traversata per tornare sulla sponda da cui siamo partiti.
Questa volta attraversiamo perpendicolari rispetto alla costa così da minimizzare la distanza dato
che il traffico di barche a motore comincia ad essere non indifferente. Il punto di mira è la chiesa
di Lezzeno. Costeggiamo il paese diretti a nord stando a qualche decina di metri dalle spiagge per
non infastidire i pescatori. Il centro abitato finisce improvvisamente con un cantiere nautico, da qui
la costa ricomincia ad essere selvaggia ed assolutamente non antropizzata. E' la famosa scogliera
dei Grosgalli, dove le pareti a strapiombo sul lago formano gole e forre.
Si dice che qui streghe e maghi venivano a compiere i loro riti.
Costeggiando individuiamo una gola abbastanza ampia, con uno spazio pianeggiante rialzato di
Sbarco "creativo" ai sassi dei Grosgalli
circa un metro e mezzo dall'acqua. Penso che se fossi uno stregone potrebbe essere un buon posto
per fare riti magici, quindi decidiamo di tentare uno sbarco per vedere se ci troviamo una strega
che ci prepari una pozione per rendere più veloci i nostri kayak in cambio di un panino. Non c'è
neanche un accenno di spiaggetta per cui scendiamo aggrappandoci direttamente ai sassi e
leghiamo per bene i kayak che restano in acqua. Arrampicatici sul pianoro ci facciamo largo nella
vegetazione;
nessun segno di riti magici, ma solo della maleducazione di qualcuno che ha ben pensato di
grotta tra la vegetazione - scogliera dei Grosgalli
scaricarci dei rifiuti. La gola termina con l'ingresso di una grotta parzialmente coperta dalla
rigogliosa vegetazione primaverile. Non essendo amanti della speleologia torniamo sui kayak e
proseguiamo la navigazione verso Bellagio.
Arriviamo alla Grotta dei Bulberi che è quasi mezzogiorno. Troppo presto per godere dei riflessi
dato che il sole è ancora dietro al monte Nuvolone, ma anche fossimo arrivati più tardi le nuvole ci
avrebbero rovinato lo spettacolo; proseguiamo quindi la navigazione fino alla spiaggia che sta
sotto al Ponte del Diavolo dove sbarchiamo per il pranzo.
Dopo aver mangiato ed esserci riposati in un batter d'occhio siamo già al punto di partenza.
Passiamo oltre e raggiungiamo il centro di Bellagio con le sue ville ed i suoi giardini in fiore.
Attraversare l'imbarcadero di Bellagio una domenica di primavera non è per niente facile.
Ci sono i grossi traghetti che trasportano automobili su 3 rotte, gli aliscafi, i battelli di linea e
turistici che partono ed arrivano ad un ritmo frenetico; oltre ad una miriade di motoscafi. Sembrerà
assurdo ma gironzolando fuori dal porto di La Spezia c'è molto meno casino (o forse è solo
spalmato in molto più spazio).
Raggiunta la punta non resistiamo alla tentazione di guardare in giù nel ramo di Lecco.
Vedere là in fondo il monte Moregallo ed i corni di Canzo ci ha ricordato che tutte le belle cose
viste oggi sono sempre state li, dietro casa, ad aspettare che andassimo a scoprirle e ad apprezzarle.
Raggiungiamo anche il porto di Pescallo dove invertiamo la rotta zigzagando tra le barche
ormeggiate, doppiamo nuovamente la punta per rientrare nel ramo di Como, attraversiamo di gran
lena le rotte delle navi non dopo aver aspettato e calcolato il momento giusto. 8 ore esatte dopo
l'imbarco (che si traducono in 22,5km o 12 nm) siamo nuovamente a San Giovanni per caricare
attrezzatura e kayak in macchina.




Piccola incursione nel ramo di Lecco

Ponziane MareMarathon 2026

 La MareMarathon delle isole Ponziane era uno di quei sogni che avevo nel cassetto da non poco tempo. Ogni anno Luciano, quando si avvcinava...