lunedì 8 luglio 2024

Sottocosta KayakCamp - Maratea 2024

 

Mi trovo davvero in difficoltà nello scrivere questo articolo. Non perché manchino le idee sui contenuti, ma perché le cose da dire sarebbero davvero tante, troppe.

Già di per sé il Camp è sempre qualcosa di eccezionale, quest’anno abbiamo voluto fare qualcosa di più. Molto di più. Organizzarlo è stato faticoso; se per i partecipanti tutto è iniziato il 15 giugno, per chi ci lavorava più o meno è iniziato alla fine dell’anno scorso.

Verso aprile è arrivata l’ansia; cominciavo a pensare che forse avevamo fatto il passo più lungo della gamba. Quando si sono aperte le iscrizioni poi è partito l'effetto valanga: solitamente i partecipanti erano attorno al centinaio, quota che abbiamo raggiunto in circa una settimana. Ormai il Camp non era più un progetto ma qualcosa di concreto ed imminente.

Iscrizioni chiuse a fine maggio superati di poco i 170 iscritti.

A marzo sono iniziate anche le riunioni coi tecnici. Con Roberta, referente nazionale degli istruttori, ci si sentiva quotidianamente mentre altri del direttivo si interfacciavano in continuazioni con Enrico ed Emanuela di FlyMaratea, i nostri agganci sul territorio.

Alla serata di apertura ero davvero emozionato, ormai c’eravamo e non potevamo far altro se non mettere in atto i piani e vedere se questi lunghi mesi di lavoro avrebbero portato al risultato sperato.

Come è andata alla fine conviene però lo chiediate a qualcun altro. Non sarei obiettivo. Io posso dire che - considerando questo primo anno di un nuovo format come un test-  sono soddisfatto, anche se abbiamo lunghe paginate di appunti piene di cose su cui aggiustare il tiro per il prossimo anno.

Le novità sono state principalmente nel campo delle relazioni esterne. Abbiamo avuto in apertura ospiti del comune. Poi una serata culturale con un geologo del CAI ad illustrare le caratteristiche del territorio, esperti di Legambiente  per la fauna marina, la ProLoco e l’assessore alla cultura per storia e tradizioni.

Si è iniziato a dare un po' di corpo ed importanza ai workshop a terra, non più relegati al solo ruolo di "piano B" in caso di maltemo. Altra novità era la presenza ufficiale di alcuni costruttori che - sebbene non avessero stand fisici - hanno messo a disposizione kayak e pagaie da provare. 

Altro grande passo: per la prima volta Sottocosta ha presentato il kayak da mare al pubblico in un evento denominato “kayak fest” al porto di Maratea con dimostrazioni, intervento del comandante della Capitaneria di Porto, del Sindaco, di rappresentanti della Regione Basilicata e degli sponsor. Poi Guido Grugnola a parlare del suo giro d’Italia in kayak, Luciano Belloni e Gaudenzio Coltelli per la storia di Sottocosta e di questa disciplina in Italia. La chiusura della serata è andata a Giacomo della Gatta, kayaker che vanta uno dei curriculum più importanti in Italia, con un pensiero che racchiude l’essenza del nostro navigare in mare.


Oltre a tutto questo, ovviamente, c’era anche il “solito” camp con navigazioni, uscite didattiche, incontri dei tecnici e gli immancabili momenti di convivialità.

Personalmente posso dire che è stato sfiancante, ho passato più tempo al PC o al telefono che in canoa. Abbiamo creato apposta per il Camp un sito che era da aggiornare quotidianamente con foto ed articoli, pubblicare qualcosa anche su FaceBook ed Instagram, mandare i piani di navigazione alla Guardia Costiera la mattina e le conferme di rientro al pomeriggio.

Ho però voluto, come sempre, cercare di approfittare il più possibile della presenza di tecnici che per questione di distanza purtroppo vedo raramente. Mi sono affiancato a molte attività in acqua talvolta attivamente, altre volte meno. 

Arrivato a giovedì mi sono però accorto che ero stato due volte verso Sud all’Isola di Dino ed avevo fatto qualche uscita puramente didattica di fronte al campeggio; mi rimaneva solo un’ultima possibilità di navigare nello splendido tratto di costa tra Castrocucco e Maratea.

Per fortuna ci sono riuscito l’indomani, mentre molti erano impegnati nell’esame Pagaia Azzurra.  

Al Pilates sono stato presente solo due volte, per il corpo grande dolore e sofferenza, ma per la mente un’oretta di pace.

Ora che il Sottocosta Kayak Camp 2024 è finito si è già aperto il cantiere per Sottocosta Kayak Camp 2025. Chissà come sarà, chissà dove sarà.

Spero solo di non partecipare da solo, come quest’anno, ma di poter portare Gloria ed i bimbi.


ALTRE FOTO SULL'ALBUM FLICKR

gruppo felice all'Isola di Dino



Link ai post degli anni precedenti:

-Sottocosta Kayak Camp 2023 - Gargano

-Sottocosta Kayak Camp 2021 - Argentario

-Sottocosta Kayak Camp 2019 - Gargano

venerdì 31 maggio 2024

ISKGA - Coastal Planning & Navigation a Lerici

L’aver superato l’esame Pagaia Azzurra - SK3 lo scorso mese mi ha sbloccato una serie di possibilità d'accesso alla disciplina del kayak da mare praticata ad un certo livello.

Così, quando ho visto pubblicato il bando di iscrizione al corso ISKGA - Coastal Planning & Navigation Module tenuto presso Santa Teresa a Lerici, la voglia mi è venuta.

Ora, sebbene ancora adesso non abbia ben capito come sia strutturata la formazione ISKGA (International Sea Kayak Guide Alliance), ho colto al volo l’occasione che si presentava golosa per alcuni motivi:
1- l’argomento di questo modulo mi appassiona molto ed interessa;
2- Santa Teresa: amo quel posto e ne sentivo la mancanza;
3- un corso con Guido Grugnola è sempre un corso con Guido Grugnola, torneresti a casa arricchito anche se l’argomento trattato fosse “come accendere la luce dell’aula corsi alla Scuola di Mare” (che detto così sembrerà anche semplice… ma voi avete mai provato a cercare dove diamine hanno nascosto quei dannati pulsanti?);
4- pur non avendo ben chiaro il funzionamento dell’ ISKGA, mi solleticava l’idea di mettere il naso in un percorso formativo ai massimi livelli di respiro internazionale, una sfida interessante.

Detto fatto, si parte per il Golfo dei Poeti. Il corso è strutturato in due giorni.
Il primo in aula ed il secondo…anche. Ma allora quando si va in kayak?
Di notte. Ovvio!

imbarco dopo il tramonto

In tutto eravamo 3 partecipanti, questi corsi ne prevedono un massimo di 4. Ho ritrovato Sergio, che ha fatto praticamente tutti i moduli, ed ho conosciuto Andrea di Vicenza il quale passa all’incirca metà anno a casa sua, sul Brenta, a fare la guida in raft e l’altra metà dell’anno - sempre a fare da guida - ma in Groenlandia. Ha raccontato di esperienze pazzesche pagaiando tra gli iceberg e lungo i ghiacciai rimasti. Ovviamente anche lui molto avanti nel percorso formativo.

Il primo giorno è stato davvero impegnativo con una filata incredibile di ore in aula a parlare di pianificazione, carteggio, calcoli di marea e relative correnti. Si toccano anche argomenti laterali ma comunque fondamentali quali il segnalamento marino, oceanografia e procedure VHF.

Guido ha usato questa occasione per un piccolo esperimento: ha inserito una parte dedicata alla navigazione astronomica. Una cosa davvero molto basilare, guardando le costellazioni principali con l’idea non certo di fare il punto, ma di riconoscere e trovare un allineamento utile da seguire per continuare a pagaiare nella notte senza dover ogni pochi minuti accendere la luce, controllare la bussola e spegnere la luce perdendo abbrivio.
Devo essere sincero: questa cosa delle stelle mi aveva lasciato un po’ scettico sia la sera precedente, quando mi era stato anticipato, che durante la lezione.

Poi quantitativi di esercizi su varie carte nautiche: rotte, distanze, correzioni di declinazione, compensazioni di deriva, rilievi, ricerca di allineamenti, valutazioni di varie ipotesi di percorso guardando correnti, batimetriche e segnali.
Si è lavorato dapprima con tutti gli strumenti da carteggio nautico, poi con un’attrezzatura sempre più minimale fino ad arrivare all’uso della sola bussola cartografica e relativo cordino.

In questa parte al tavolo da carteggio devo dire di essermela cavata molto bene; avere fatto un istituto tecnico aeronautico ed il brevetto di pilota privato di aeroplano mi ha aiutato davvero moltissimo. Erano tutte cose che fino alla maturità masticavo ad occhi chiusi, ed il mio cervello non ha fatto la minima fatica a rispolverare queste competenze. Tutto merito dell' insegnante di navigazione, era semplicemente un mito: l’ing. Hani.

Non mi viene in mente nessun altro professore che abbia lasciato in tutti i suoi allievi solo ricordi positivi. Tutti lo amavano e ne avevano grande rispetto ed ammirazione per i suoi metodi decisamente non convenzionali.
Ricordo addirittura che noi studenti dell’aeronautico ci facevamo chiamare “i discepoli di Hani”.
Due anni fa l’ing. è “volato più in alto” e mi ha fa davvero piacere poter sfruttare, anche se in un altro ambito, ciò che mi ha insegnato. Il migliore dei modi per tenere vivo il ricordo di un Grande Uomo ed un ottimo insegnante.

Ultimo esercizio della giornata: ognuno avrebbe dovuto fare la pianificazione per la navigazione di quella notte, come se dovesse guidare il gruppo per l’intera durata. Alla fine ci siamo confrontati ed - assieme - abbiamo tracciato le rotte definitive facendo un merge raccogliendo le idee migliori di tutti.
Prima di mangiare avevamo già preparato e consegnato alla Scuola di Mare il piano di navigazione e compilate le varie copie del piano di navigazione notturna che ogni kayaker deve tenere in coperta. 

Mentre ripassavamo le procedure night navigation la cena era pronta, poi meritata pausa in attesa del buio.

Navigazione suddivisa in 8 tratte, io ho guidato in 3: due cortissime ed una più lunga.

Alla prima ho fatto proprio una pessima figura: un banale attraversamento da fanale a fanale davvero cortissimo (0,25nm). Una cosa tranquillissima: dobbiamo andare da qui a li. Linea di fronte, nessun traffico in arrivo, prua alla base della luce e si parte. Ci abbiamo messo addirittura meno dei 5’ pianificati perché viaggiamo sopra ai 3kts prefissati. Una tratta così banale che nemmeno mi è venuto in mente di guardare la bussola. La marea era in diminuzione ed il Golfo dei Poeti si svuotava creando in questa strettoia della corrente, troppo poca per essere percepibile ma sufficiente perché all’arrivo la nostra bussola fosse modificata di quasi 10°. Non ho navigato, ho tenuto la prua inchiodata sul fanale e, di conseguenza, non mi sono nemmeno accorto che qualcosa ci portava in fuori.

Come partenza non proprio il massimo.

La tratta successiva verso un segnale speciale galleggiante non illuminato in direzione del mare aperto, fatta la prua con la bussola Guido ci ha indicato una stella (purtroppo non ricordo né il suo nome né la costellazione a cui appartiene) che combaciava con la nostra rotta. Ironia della sorte il primo tentativo con questa cosa delle stelle era toccato proprio a me che la ritenevo un po’ una boiata.

E’ stato un tratto breve, ma navigare nel silenzio della notte seguendo una stella mi ha emozionato.
Stai conducendo il tuo kayak in mare ma sei allineato con il cielo. Seguendo l'astro a circa ad un minuto dallo stimato ho individuato la silhouette della meda un po’ spostata a sinistra. Obiettivo raggiunto, guardando per aria. Fantastico!

L’ultima tratta che ho guidato è stata la più lunga delle tre, sempre verso il mare, alla ricerca di un punto segnato a matita sulla carta. Pura navigazione stimata. Si imposta la prua che - fortuna vuole- combaciava con le lucine di una nave ancorata a qualche miglio di distanza.

Ogni 4-5’ accendevo la lampada frontale rossa per verificare che, sempre puntando quelle luci, la rotta bussola non cambiasse. Non è successo, quindi non eravamo soggetti né a deriva né a scarroccio; non serviva compensare ma sicuramente rallentare un pochino. Ci siamo concessi una breve pausa dato che, nelle tratte precedenti, avevamo appurato di viaggiare sopra i 3 kts ed in più avevamo un leggero vento in poppa.

rilevamenti riportati sulla carta in navigazione

Percorsi i 20’ pianificati abbiamo fatto dei rilievi per capire se fossimo in target sfruttando il faro del Tino ed il fanale verde della bocca del porto. Eravamo in rotta ma ci mancava ancora un pochino. Abbiamo proseguito fino ad aggiustare il rilievo del Tino.

Raggiunto questo punto in mezzo al nulla la  guida è passata ad Andrea per raggiungere il fanale verde di Lerici. Questo segnale non era visibile dalla nostra posizione così, nuovamente, dopo aver messo la prua con la bussola  abbiamo prima guardato le stelle, poi degli allineamenti di edifici illuminati sulla costa. 

Da Lerici a Santa Teresa rientro costeggiando;  in un tratto di scogliera particolarmente buio la turbolenza creata dalle pagaie eccitava il plancton che si accendeva di bioluminescenza. La pala lasciava dietro di se una scia bianca piena di puntini luccicanti che risaltava sul mare perfettamente piatto e nero. Troppo debole per impressionare questa luce su foto o video, uno di quei ricordi che rimarranno solo nella memoria di chi c'era.

Pensavamo di fare una notturna che avesse solo aspetti prettamente tecnici e didattici; invece abbiamo anche inseguito le stelle e siamo scivolati su un tappeto fluido luminescente. Che navigazione magica!


L’indomani ancora in aula per un dettagliato debriefing della notturna ed altri aspetti teorici, principalmente cenni di meteorologia. Il corso si è concluso a metà pomeriggio.

Due giorni davvero intensi, da cui ho tratto grande soddisfazione. Sono stati resi evidenti alcuni miei limiti su cui lavorare: la percezione delle distanze in mare e velocità di crociera, la necessità di allenare l’occhio alla continua ricerca di allineamenti e l’utilità di sfruttare la bussola sempre, anche nelle navigazioni più banali per essere in ogni momento cosciente dell'essere o meno soggetto a deriva e/o scarroccio.
Ho poi  ricevuto conferma che di meteorologia non ricordo praticamente niente.

castello di Lerici

Insomma, ho imparato un sacco di cose e sono tornato a casa con delle abilità da sviluppare anche nelle pagaiate più semplici e rilassanti fuori dalla sede del CK90.

Non ho però soddisfatto il punto 4 dei motivi che mi avevano spinto ad iscrivermi a questo corso. Non so se il percorso ISKGA sia alla mia portata proprio perché la mia pregressa preparazione aeronautica mi ha facilitato non poco in questo particolare modulo incentrato sulla navigazione.
Ma sono sicurò troverò occasione di soddisfare questa curiosità in un altro modulo più prettamente canoistico o marinaresco.

sabato 27 aprile 2024

gli agonisti mi portano in Brembo

 


Ieri ho scoperto un altro modo di andare in canoa, quello del fiume.

Prendete un kayaker marino, anche mediamente capace, e buttatelo in acqua bianca. Probabilmente sarà per lui un’esperienza divertente… ma allo stesso tempo sicuramente anche frustrante perché tutta la sua abilità tecnica, che nelle sue acque basta a fare quel che vuole anche tra onde e vento, qui sembra non bastare per arrivare al risultato. Insomma, sei bravino nei tuoi bananoni da 5 metri e mezzo. Ma affrontare le rapide in questi gusci di noce è tutta un’altra cosa. 

il mio "guscio di noce" 
 Guardare i colleghi fluviali è fantastico: sembrano danzare nella corrente senza litigarci, scivolare sui ritorni come su un tappeto volante ed aver sempre pronto il colpo giusto, al momento giusto e con gli angoli giusti.


Anche la scorsa estate al campo slalom di San Pellegrino era andata più o meno così, in quell'occasione però non ho avuto un netto approccio alla mentalità fluviale, non si è fatta una discesa vera e propria ma qualche oretta di allenamento su e giù per un campo gara, per giunta in contesto cittadino. Praticamente come quando si va sotto la diga di Olginate a giocare, solo con un grado di difficoltà tecnica in più. Quel che comunque già era balzato all'occhio è che se ho ancora da imparare tanto in kayak da mare…in fiume praticamente è come partire quasi da zero.

Ieri sono stato invitato dagli agonisti del K1 discesa a passare una mezza giornata sul Brembo. Mi ero ripromesso di approfondire le dinamiche fluviali ma trovo difficile trovare occasione di andare oltre al breve tratto di acqua mossa a valle della diga di Olginate, quindi come non accettare!

Noto subito che ci sono delle dinamiche molto differenti rispetto al kayak da mare.  Oggi le ho giusto intraviste dato che Ugo, istruttore agonista di acqua mossa, conosce bene questo tratto di fiume e non vi è mai stata occasione - ad esempio- di valutare ed allestire delle sicure da terra con le sacche da lancio. Si è comunque fatto un approfondito scout mentre raggiungevamo il punto d’imbarco con il furgone: ci si accosta e si sfruttano i ponti o i sentieri nel bosco che raggiungono il fiume per studiarne le rapide. Si sta fermi tutti quanti  a guardare l’acqua, a capire se si fa o si trasborda, a far notare i pericoli, a discutere le linee, a scegliere una morta in cui il primo si ferma a fare sicurezza.
Insomma - sebbene l'approccio sia stato spiccatamente agonistico e non esplorativo - la differenza di relazione con l'ambiente rispetto al mio mondo si è vista.

In cambio di tutte queste attenzioni, necessarie per discenderlo (si spera) senza farsi male, il fiume regala un cocktail di emozioni che per un marino sono piuttosto rare. Un mix di paura-eccitazione che mi è capitato di trovare solo le rare volte in cui in acqua salata ho trovato condizioni di surf per i miei standard impegnative. La differenza è che in mare dura al massimo una manciata di secondi: da quando ti agganci al frangente fino a quando arrivi in spiaggia in appoggio; poi seguono minuti di pagaiate verso il largo e l’attesa di una nuova onda giusta per salire nuovamente su questa breve giostra. In fiume invece dura minuti interi, forse ore; finché sei dentro sei dentro… l’acqua è turbolenta e cambia direzione, velocità e colore ad ogni metro, ad ogni centimetro. Ed anche quando sei fermo a studiare la prossima rapida da affrontare l’adrenalina non ti lascia. Stai li a fissare l’acqua che scorre, pensando con gli altri a cosa fare. Vado centrale per evitare un buco, poi devo tagliare subito a sinistra per schivare un sasso. E se non ce la faccio?  Se mi ribalto dopo quel saltino devi fare il roll subito altrimenti rischi di finire su quel masso. E se non mi riesce? In mare fino ad ora non ne ho mai mancato uno neanche in surf di roll… ma sotto la diga ho fatto tanti bagni. Se vado a bagno qui? Stare a bagno con la corrente che ti spinge verso la prossima rapida non è certamente piacevole. Riuscirò a raggiungere la riva prima della prossima rapida? 

Ieri ne ho fatti 3 di bagni. Di cui due sulla prima rapida di III grado che si incontra; si chiama “la Irma”.

 La prima volta sono finito in acqua ancor prima di entrarci, l’ho fatta tutta a nuoto e in quei muri di acqua bianca e turbolenta non è nemmeno facile tenere la posizione di sicurezza. L'ho voluta riprovare e la seconda volta sono uscito dal primo buco in posizione sbagliata e non sono riuscito a riposizionarmi e mettere la pagaia in appoggio prima di essere inghiottito dal buco centrale, il più grosso. L’acqua è arrivata sopra la coperta della Rainbow Zulu e mi ha girato sottosopra. Non sono nemmeno riuscito a guadagnare la posizione iniziale per tentare di fare un roll; sentivo l’acqua che mi tirava la pagaia verso il basso, allora l’ho tenuta con una sola mano ed ho stappato. Gli altri l’hanno rifatta due o tre volte, io ho deciso di non insistere. Nuotare in acqua mossa è sfiancante e la discesa è appena iniziata. Da terra ho fatto un video agli Zucchi mentre la rifacevano per la terza volta ed una foto ad Ugo mentre è completamente dentro al buco; per una frazione di secondo sembrava essere sparito... ma poi il musone del suo kayak è riemerso dalla schiuma bianca puntando il cielo. Che spettacolo!

Ugo inghiottito dal buco centrale della Irma

Alla rapida successiva son finito ancora sottosopra, ma ero ormai alla fine del tratto più turbolento per cui in un paio di secondi di apnea ho raggiunto acqua tranquilla ed ho tirato un roll un po’ scomposto. Un po’ tanto scomposto. Un po' troppo scomposto.

Ho fatto un’altro bagno, non ricordo dove. Mi sono messo in posizione per il roll ma ho sentito due colpi sulla schiena: era un tratto pieno di sassoni appena sotto il pelo dell’acqua e mi è venuta paura di essere colpito in faccia o al torace; la paura di sbagliare il roll e prolungare questa situazione di estrema vulnerabilità mi ha portato a stappare ed uscire dal kayak, posizionando le gambe a valle.  Sara mi ha aiutato a raggiungere la riva esterna all’ansa, rocciosa e verticale, spingendo il mio kayak allagato. Non c’era tempo per raggiungere la spiaggetta al lato opposto, la rapida successiva si avvicinava pericolosamente. Aggrappato alla roccia ho con gran fatica svuotato il kayak e mi sono reimbarcato.

Fortunatamente la rapida successiva era una tranquilla raschiera in cui ci si poteva rilassare a fare lo slalom per schivare i sassi, mi è servita molto per prendere fiato, raccogliere le energie e fare pace con il fiume.

Anche qui si è vista la differenza tra il mio approccio alla canoa e quello dei miei compagni di discesa: loro cercavano la linea più veloce per superare questa serie di ostacoli, io ci avrei messo mezz'ora per percorrere quei 50m giocando ad entrare ed uscire dalle morte dietro ad ogni sasso affiorante.

Le due rapide più famose di questo tratto di Brembo, ovvero “la Signora” ed “il massone” invece le ho passate discretamente bene… che per i miei standard attuali significa rimanendo verticale.
Durante lo scouting abbiamo visto passare due raft, non l'ho mai provato ma il kayak è sicuramente mille volte più divertente.  

Il passaggio sotto al ponte della SP26 mi preoccupava un po’. Mentre salivamo a San Giovanni Bianco ci siamo fermati a lungo a studiarlo, e devo dire a ragione. La vista che sia aveva dal kayak gli ultimi 20-30 metri prima del salto che sta sotto l’arcata sinistra mi ha quasi terrorizzato. Però devo dire che è stato più adrenalinico e spettacolare degli spot precedenti ma meno insidioso: ho osservato gli altri tre passare con eleganza e sono partito fermamente intenzionato a seguire le loro linee. Uno scivolo d’acqua scura e velocissima in mezzo a turbinii di schiuma bianca, un richiamo rapido a sinistra seguito da una spinta energica per schivare un grosso masso semisommerso e poi un appoggio basso – con una pancia ben pronunciata- a destra per evitare di sfracellarsi contro i sassi che stanno a riva ed entrare in morta: si prende fiato e si guarda da sotto questo scenografico passaggio pensando esultante: “ce l’ho fatta!”.

Ho picchiettato il palmo della mano sull'acqua per ringraziare il Brembo di avermi concesso l'onore di passare a testa in su queste tre maestose rapide. 

Credo inoltre di aver anche capito quale sia la chiave per domare la Zulu: pance pronunciate ed evitare di prendere i buchi di punta. Se l’acqua sale sopra la coperta tu ti ritrovi a testa in giù.


Da qui in poi c’è stato un lungo tratto di fiume con una pendenza leggera ma costante. Con questo livello d’acqua, il minimo necessario per poter scendere, è tutto un manovrare per schivare sassi e cercare delle linee di acqua profonda a sufficienza per far passare il kayak ed immergere la pagaia.

Non a caso sia Ugo che Sara ed Alberto, dopo aver visto che l’idrometro segnava 113cm, hanno sapientemente deciso stamattina di caricare delle WaveHopper in plastica per salvaguardare le loro in carbonio. Sarebbe stato impossibile percorrere molti tratti senza dare qualche spanciata. 

Entrati in San Pellegrino ultimo grosso ostacolo, breve ma intensissimo. Subito a monte del campo slalom stanno costruendo una passerella, il fiume è stato tutto incanalato in uno strettissimo passaggio in riva destra per costruire una piattaforma di ghiaia utile alle gru.

Tutta la potenza del Brembo si sfoga in questo salto che ribolle di furiosa acqua bianca. Ci siamo fermati a lungo a San Pellegrino ad osservarlo ed a discutere se fosse il caso di sbarcare prima o affrontare anche l’ultimissimo tratto. Il responso è stato “tutto a sinistra è fattibile”. Poi è solo un singolo salto, 20 metri di lunghezza in acqua bianca a seguito del quale tutto è più tranquillo (tranquillo per gli standard di un fluviale, di fatto si entra in un campo gara di salom). L’ultima grossa scarica di adrenalina prima di affrontare dei divertenti arzigogolamenti nel campo slalom.

Siamo sbarcati poco prima della diga.

Ci sarebbe da dire qualcosa anche sul paesaggio, tra i due centri abitati eravamo in una gola di roccia e bosco davvero incantevole in cui il Brembo prende tutte le sfumature dell’azzurro e del verde, ma ci tornerò anche perché ieri ero concentrato su altro e questo aspetto è caduto in secondo piano… il punto ieri è stato il fiume. Ho scoperto il fiume.

Imbarco a San Giovanni Bianco - Ponte dei Frati (anno 1640)

Leggendo libri scritti da canoisti di acqua mossa non ho potuto non notare che loro hanno una sorta di legame spirituale con il fiume. Una cosa che francamente non ho mai capito, la pensavo una roba un po’ hippy. Ma forse oggi l’ho capita.

Il mio primo approccio al fiume risale al 2017 sul Ticino in kayak da mare; è stato strano, non saprei come altro descrivere quelle due esperienze. Comunque si trattava di un I grado, forse qualche breve passaggino di II.  Poi nel 2020 sono arrivato al CK90 e Felice ha iniziato a portarmi - assieme ad altri - sotto la diga di Olginate, sempre coi kayak da mare. Qualcuno del gruppo iniziale non è più venuto, non trovandosi nella sua dimensione. A me piaceva un sacco ed ho cominciato ad intuire il fatto che il fiume fosse qualcosa di diverso. Sentivo il suo richiamo come il canto di una sirena: il rumore dell’acqua mossa, la corrente che ti porta in giro e ti rigira, il ribollio che senti sotto la canoa… poi, sempre al CK90 con Marco Arlati – allenatore di Canoa Slalom – la frequentazione della diga si è intensificata. Questa volta con kayak da torrente e da slalom. La scorsa stagione è bastato un pomeriggio a San Pellegrino per capire che qui ci sono altri orizzonti da esplorare.

Il fiume mi ha stregato, sentirsi piccolo in mezzo all'acqua turbolenta è un’emozione unica. Scorrerci sopra riuscendo a disegnare le linee che avevi in testa ti fa sentire tutt'uno con l’elemento.

Ho fatto la mia prima discesa di III e ne voglio ancora!



Ma già lo sapevo. Non è un caso se, con la scusa che la mia prima canadese era troppo grossa per essere usata da solo, un giorno mi sono ritrovato da Ozone con una Esquif chiaramente votata all'acqua mossa sul tetto della macchina. La mia scoperta del fiume è stata praticamente coetanea del mio innamoramento verso la canoa canadese. Questi nuovi orizzonti non saranno in direzione di torrenti estremi, ma vorrei proprio ballare su questo tipo di fiume, di medio grado, con la mia bella canadesotta. Per iniziare a conoscere il fiume il kayak è sicuramente la via più facile, ma so dove vorrei che questa nuova strada mi portasse.

Un unico dubbio: non so se con questi tre bagni segnati nel mio curriculum gli agonisti mi inviteranno ancora alle loro uscite…


lunedì 15 aprile 2024

a Numana per l' SK3

Le due sorelle

 La Certificazione Pagaia Azzurra - Sea Kayak di livello 3 era il mio obiettivo per il biennio 2020-21. Il primo freno a questo progetto fu causato dalla pandemia, poi è arrivato Matteo ed anche nel 2022 ho un pochino rallentato. Lo scorso anno però ero pronto, sono arrivato ad ottobre che mi sentivo davvero “sul pezzo”. Non ho trovato purtroppo l’occasione di sostenere l’esame.

Questo inverno poi ho dovuto appendere le pagaie al chiodo per vari motivi; l’arrivo di Federico a febbraio mi aveva infine, definitivamente, convinto a rimandare ulteriormente a tempo indeterminato.

Un paio di settimane fa mi capita di sentire Guido Grugnola, mi riferisce di avere in programma per il 5/7 aprile una sessione di preparazione SK4 a Numana e mi si propone l’occasione per sostenere l’esame di livello 3. Accetto con entusiasmo senza pensarci su, la domenica successiva vado in acqua a Vercurago dopo aver tolto non poca polvere dal kayak.
Mi sento molto ingessato ed iniziano le paranoie: andrò a fare pessime figure. Così il giovedì mattina all’alba mi metto in auto - kayak sul tetto - un po’ demoralizzato. Strada facendo mi fermo a Pesaro in Mastro de Paja dove ho l’occasione di parlare a lungo di un’altra mia passione con un personaggio del settore noto in tutto il mondo e di visitare lo storico laboratorio artigianale mentre sono all'opera. Questa sosta mi aiuta a staccare un po’ la mente e mi fa arrivare a Numana senza troppa ansia da prestazione. I marchigiani poi mi accolgono con calore e pian piano arrivano anche gli altri partecipanti.

Venerdì mattina ci si ritrova in aula dove l’argomento della lezione è leadership e gestione di un gruppo di pari livello (in questo caso 4) in situazioni variabili. Successivamente si passa alle prove di carteggio. Io mi trovo ad eseguire una pianificazione piuttosto semplice e la simulazione di alcuni rilevamenti per fare il punto nave; gli altri hanno in più il compito di calcolare anche lo scarroccio causato dalle correnti.

Dopo le 13 siamo in acqua ed io improvvisamente ripiombo nel mood in cui mi ero ritrovato la settimana precedente. La sensazione è che il kayak non risponda come dovrebbe, la realtà è che il kayaker ha addosso troppi mesi di ruggine.

Comunque il recente cambio all’ora legale ha allungato le giornate e questo ci concede sufficienti ore di esercitazione in acqua. Facendo simulazioni di leadership in passaggi stretti arriviamo fino alle “due sorelle” dove troviamo un po’ di vento.

salvataggi e zatteramenti vari

Nella navigazione di ritorno inizio a sciogliermi un po’, a riprendere pian piano confidenza con il kayak ed il mio corpo inizia a svincolarsi (parte sotto con il kayak, parte sopra con la pagaia).

L’indomani mattina di nuovo in aula, intavoliamo una discussione su alcuni dubbi sorti il giorno precedente durante dei test con rimorchi complessi ad un pagaiatore infortunato. E questo fa da perfetta introduzione coerente con la lezione della giornata: incident management.

Pranzo al volo e poi nuovamente in acqua per gli esercizi. Ci hanno raggiunti anche Felice e Ado per affiancare l’instancabile Guido.

rimorchi e zattere
Domenica mattina è arrivata con il briefing la notizia che ci aspettavamo, anche se tutti fino all’ultimo abbiamo sperato in un improvviso cambio della situazione. Il meteo ci ha offerto tre giorni di acqua piatta e vento assente: non ci sono le condizioni per ritenere valido l’esame. Usciamo comunque per ulteriori esercizi, vogliamo sfruttare fino all’ultimo minuto disponibile questa possibilità di crescita e confronto. Molti, come me e le ragazze di Salerno hanno fatto non pochi km in auto per essere qui.

Mentre eravamo in acqua è arrivato del vento, tra i 10 ed i 15 kts di maestrale, assieme a circa 50 cm di ondina. Ancora non abbastanza per una certificazione di livello 4 ma - evidentemente - i tre Maestri devono averle giudicate sufficienti per un SK3 così, a sorpresa, durante il debrief mi è stato comunicato che per me la Certificazione Pagaia Azzurra - Sea Kayak di livello 3 era raggiunta!

Per gli altri l’esame è solo rimandato… chissà che non sia occasione per ritrovarsi ancora tutti assieme. Siamo stati davvero un bel gruppo!







mercoledì 17 gennaio 2024

La Pocket Canyon a casa

foto Luca Cattaneo

Non vedevo l'ora di mettere in acqua la mia nuova Pocket Canyon. Certo, non è stato un primo varo dato che l’avevo già pucciata nel Sile il giorno in cui sono andato a ritirarla.

Però la prima volta nelle acque di casa è sempre un’emozione!

foto Riccardo Galbusera

Così sabato scorso sono andato al CK90 per allestire la nuova canoa con i suoi air-bag. Si, perché una barca del genere andava inaugurata in diga! Non è certo una canadese da acqua piatta!

È arrivato anche Luca che si è offerto di seguirmi con un kayak da torrente per fare sicurezza: dopo averlo istruito sulle procedure da seguire in caso di bagno (recupera la canoa nuova e lascia pure il canoista in balia di sé stesso) siamo andati in acqua.

Pagaiatina di riscaldamento fino al trasbordo, portage rituale e via!

L’idea era di prenderci confidenza inizialmente a valle del ponte, magari in prima o terza arcata… ma visto che lo scafo mi trasmetteva sensazioni di piena sicurezza mi sono soffermato subito sotto la diga per qualche traghetto a pochi metri dalle paratoie, dove l’acqua è davvero bianca! Poi giù sotto al ponte dove vi è una situazione decisamente meno turbolenta ma più divertente e didattica.

e la Esquif divise le acque... ah no... quello era Mosè


in morta di fianco al secondo pilone

Ci ho preso confidenza per bene, facendo traghetti, entrate in corrente, entrate in morta ed anche qualche piccola surfatina sulle onde che si formano proprio in fondo all’ultima arcata.

Il livello non era altissimo, sotto la media stagionale, per cui in ultima arcata era possibile mettere i piedi in acqua e trascinare la canoa a monte per delle traghettate alte e ridiscese in seconda arcata (la più movimentata). Con la canadese salire e scendere al volo è davvero una comodità, specie rispetto ai kayak da slalom con cui vengo qui solitamente coi quali però, con questa portata, è anche possibile risalire di prepotenza pagaiando senza sbarcare.

La Pocket Canyon è una canoa che fa sentire sicuri anche i pagaiatori che non sono certo abituati a questo tipo di canoa in acqua mossa. Qualche incertezza ovviamente c’è stata; sono abituato a venire qui con K1 slalom o - più raramente - con dei kayak da mare quando il livello è più alto. Nei giochi tra una eddy e l’altra non sono ancora abituato ad avere la pagaia da un lato solo, ma questa piccola Esquif mi ha fatto divertire e sentire sicuro nonostante sia ben lontano dal padroneggiare la tecnica necessaria.

Piccolo inconveniente sul rientro dato che mi sono causato uno strappo muscolare caricandomi la canoa sulle spalle. La temperatura decisamente rigida e l’abitudine a non prestare troppa attenzione a questo movimento non hanno certo aiutato; la mia cara vecchia Swift è più leggera di questa Esquif, specie considerando che all’interno c’erano air-bag, sacca da lancio, due pagaie ed una sacca con cappuccio, una felpa e cellulare.

Tornati sul lago per raggiungere la sede abbiamo dato gli ultimi colpi di pagaia della giornata in una splendida luce rosa nella più assoluta quiete e tranquillità. Quando tornerà la primavera qui regnerà il caos più totale, per fortuna almeno l'inverno è tutto nostro!

Tramonto in rosa

Come prima uscita nelle acque di casa penso non sia andata male; Direi che abbiamo trovato un nuovo gioco per la diga, sarebbe bello riuscire ad allestire anche una Prospector NovaCraft sociale nella speranza di avere compagnia. Conto di fare ancora un paio di uscitine così e poi convincere Luca ad andare a fare un giro a San Pellegrino sul Brembo. C'erano un paio di spot interessanti a monte del campo slalom in cui si può passare qualche minuto ( o qualche ora) su delle giostre di acqua spumeggiante!







sabato 13 gennaio 2024

Roll della Befana 2024



Ci sono alcune peculiarità che contraddistinguono noi "inuit del Lario", braccio marino del CK90. Una di queste è una tradizione legata al giorno dell'Epifania.

Non c'è bisogno nemmeno di organizzare la cosa, tanto ormai si sa, non si scappa. Semplicemente - la sera del 5- qualcuno ha chiesto: "domani, per il roll, a che ora?". Ore 9 in sede, 9.30 in acqua così da essere come sempre a casa per il pranzo.
Alla fine eravamo 11, pagaiatina fino al Ponte Vecchio di Lecco e poi di ritorno davanti alla sede Gallavesa dove anche Monica del bar Melting Pot (locale frequentatissimo dai noi canoisti) e Luciano Belloni ci aspettavano in spiaggia per assistere a questa nostra usanza.

Dopo qualche roll di riscaldamento, ehmm... volevo dire... di raffreddamento, abbiamo sfoderato le scope di saggina per dare il via alle danze. Ben in 8 abbiamo eseguito la manovra con la scopa, tutti con successo. Parrebbe sia un record, mai così in tanti!

E' il nostro modo di concludere il periodo di pausa per le festività natalizie. Dopo il roll con la scopa ci si comincia a preparare per tutte le attivita: l'imminente cimento invernale in collaborazione con Sottocosta, il corso di roll in piscina, la ripresa delle attività all'asciutto,... di fatto è una specie di rito di apertura del nuovo anno per l'associazione.

foto Ellebi


Cosa mi resta da dire? Ah si, del meteo. C'è stata qualche goccia di pioggia, ma tanto ci saremmo bagnati comunque. E si, faceva freddo.



Link al video di Felice e Simona:

https://fb.watch/pyIGb-SoKc/



Link ai post degli anni precedenti:

2023

2020

giovedì 4 gennaio 2024

Sile alto con Leonardo di Ozone

Leonardo e la sua Spark al Mulino Cervara

 Mercoledì mi sono concesso un giorno di ferie. Dovevo ritirare la Pocket Canyon e, già che ero nel trevigiano, ne avrei approfittato per un giretto sul Sile; mi sembrava un fiume interessante ed alla portata di un pagaiatore non proprio esperto di ambiente fluviale.

I ragazzi di Ozone Kayak sono stati così gentili non solo da aprire il negozio apposta per me durante le vacanze natalizie (mentre erano peraltro impegnati a fare inventario) ma mi hanno anche “prestato” Leonardo che mi ha fatto da guida ed organizzato il recupero!

Alle 5:30 di mattina ero già in auto alla volta di Quinto di Treviso dove sono arrivato poco dopo le 9. Sistemati gli ultimi dettagli abbiamo caricato la mia nuova Pocket Canyon sul furgone di Ozone assieme ad una Spark e via, dopo aver lasciato la mia auto ai laghetti di Quinto ci siamo diretti a Morgano. Qui c’è la sede di Open Canoe Open Mind, sicuramente la più grande associazione Italiana (una APS) ad essere incentrata esclusivamente sulla canoa canadese. Ci siamo imbarcati dal loro bellissimo squero (nome tradizionale veneziano di quello che noi, popoli del Ducato di Milano, chiamiamo darsena).


primo tratto
Poter pagaiare in posti a me sconosciuti assieme ad un canoista locale lo considero sempre un vero privilegio; Leonardo mi racconta che qui il fiume è stato modificato dall'uomo ed infatti ha una larghezza aumentata (poco più di 10m a naso) e sponde regolari. E’ così per circa un chilometro, fino a quando si raggiunge uno slargo creato da una vecchia cava di sabbia che prende il nome di Palude Barbasso. A questo punto il fiume torna al suo aspetto naturale, decisamente più stretto e meno rettilineo, si infila in una fitta boscaglia di alberi - ora spogli per l’inverno - ma che in altre stagioni vanno a creare dei tunnel verdi dentro a cui il fiume corre sereno.
Percorso un’altro chilometrino si passa sotto ad un ponticello, preceduto in sponda destra da dei resti di chiuse metalliche ormai ridotte a brandelli di ruggine.
Si tratta di una piccola centrale elettrica, ho tentato di documentarmi su internet ma si trova poco o niente. Dovrebbe essere stata creata negli anni ‘30 per alimentare la filovia Venezia piazzale Roma - Mestre - Treviso e lavorava in corrente continua a 1200V analogamente alle primissime centrali idroelettriche create in Adda tra fine ‘800 ed i primissimi del ‘900, secondo la tecnologia di Thomas Edison, e che alimentavano Milano in corrente continua.

Tornando a questa piccola centralina elettrica sul Sile pare sia stata acquisita dall’Enel nel 1947 (e verosimilmente convertita a corrente alternata) per poi essere chiusa nel 1969.
Il comune di Quinto, nel 2010, voleva riattivarla per alimentare le scuole ma - a vedere le paratie - sospetto non si sia concluso niente. Resta la struttura ed il ponticello sotto cui si trova un salto di una quarantina di centimetri: la prima piccola rapida della mia nuova Esquif!


ponticello vecchia centrale elettrica

Poco più a valle abbiamo imboccato un canale laterale per addentrarci nell’Oasi di Cervara, dove abbiamo visto numerose cicogne che hanno nidificato in testa ad ogni traliccio della corrente e su numerosi alberi; siamo arrivati fino all'omonimo affascinante mulino del 1500 ancora attivo con la sua bella ruota di legno.


Mulino di Cervara

Appena usciti dall’Oasi si passa sotto al ponte di ferro tipo Bailey della vecchia linea ferroviaria Treviso - Ostiglia; anche qui storia curiosa: strada ferrata progettata nei primi del ‘900 come opera strategica in caso di conflitto contro l’Impero Austro-Ungarico, fu realizzata dopo la prima guerra mondiale e terminata nella sua interezza solo nel 1941.
Bombardata nel ‘44 venne riattivata poi solo a tratti nel dopoguerra per essere abbandonata negli anni ‘80 e definitivamente chiusa nel 1997.

Attualmente da Quinto di Treviso a Grisignano di Zocco il percorso ferroviario è stato convertito in ciclo-pedonale ed è molto apprezzato per le bellezze naturalistiche, paesaggistiche ed enogastronomiche (Leonardo mi ha consigliato una trattoria accessibile anche dal fiume in canoa, ma non avevo carta e penna per gli appunti, so che non ci crederete ma sono venuto via senza neanche bere n'ombra de vin).


Ci restano solo un altro paio di km di fiume da scendere, che si fa ancora più tortuoso, prima di arrivare nel laghetto superiore di Quinto, anche questo artificiale creato da una ex cava, dove abbiamo parcheggiato la mia auto per il recupero.


Che dire? E’ stata davvero una giornata super! Il meteo era coperto, con foschia in diradazione che ha contribuito a rendere ancora più affascinante questo paesaggio rurale invernale (lo so, sono strano, mi piace tantissimo andare in canoa sotto la pioggia e con la nebbiolina).

Sono stra felice anche della canoa. Non ho ancora sviluppato la sensibilità per comprendere a fondo il comportamento dello scafo di una canadese, comunque non bastano certo pochi km in acque tranquille per prendere confidenza con uno scafo; ma come mi aspettavo è una barca estremamente diversa dalla Temagami e diversa anche dalle altre canadesi che ho provato (Nova Craft Prospector 16 e 15 e poco altro).

Questa è davvero una trottolina, ho capito cosa intendono sui vari forum anglofoni quando scrivono che la canoa “gira su un francobollo”. Reagisce istantaneamente alle manovre pur non avendomi mai dato l’impressione di essere nervosa (sul placido Sile, non vedo l’ora di portarla in diga ed a San Pellegrino e vedere quanto ci mette per spararmi a bagno) e comunque non richiede maggior impegno rispetto ad una Prospector NC per andare dritta.
Ho forse già notato un piccolo problema di assetto, avevo questa impressione in acqua che si è confermata a casa guardando le foto che mi ha fatto Leonardo: quando sto in ginocchio con le chiappe appena appoggiate davanti al traverso del sedile il trim sembra buono, ma da seduto sulla panca ero decisamente impennato. Quando ci avrò preso confidenza e l’avrò conosciuta meglio deciderò se sia il caso di spostare leggermente più verso il giogo il seggiolino anteriore.


Chissà quante avventure mi aspettano con la la mia piccola Esquif!



portiamola a casa



SottocostaKayakCamp - Argentario 2026

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